Il risveglio della
terra
Ammantato da un orizzonte di porpora sua Maestà il Giorno saluta la Notte sua Regina. Così è stato sempre nella grande ruota del Cosmo, così è anche oggi.
L'eterno cambio della guardia ha avuto luogo e il fardello della memoria è passato al candido pallore lunare, un dolce fardello quest'oggi, giorno di riscossa e rivalsa per le genti di Treon. Dopo anni d'oppressione e soprusi l'antica Festa di Primavera
ridato ha il sorriso alle fanciulle, ridato ha l'Onore a coloro che meco han scelto di seguire il Core …
Deh, lo Core fonte d'ardimento e foriero di virtù; il solstizio è trascorso dacché scelsi di seguirlo, rinunziato ebbi alle terre e ai Blasoni,
rinunziato ebbi alla libertà di errare come trovatore e poeta, rinunziato ebbi persino al nome mio: Gualtiero Manfredi da Val di Noto è morto in favore de lo spirto sua guida. E proprio in codesto giorno di festa lo cangiamento completato ha il suo
corso, da crisalide in Farfalla proprio su esto campo, adesso imbiancato dalla crescente luna, ma stamane nutrito del sangue cortese del popolo di Treon e dall'umore vile e nerastro dell'Orco oppressore.
Sole! Umilmente T'invoco!
Testimone eccellente,
Dell'impegno mio preso.
Possa questo tuo strumento,
Destare l'Ardore sopito,
Nell'animo dei fratelli miei amati
Delle genti gaudiose di Treon,
Del popolo intero di Edreja.
Che l'oro dei tuoi raggi possa
Schiarire la mia debole mente
Perché gli odierni accadimenti
Possa rammentare, e l'oblio beffardo
Non stenda su di essi alcuno dei suoi veli.
Designato, per il buon esito della libagione e delle giostre, fu il loco che risponde
al nome di Neromonte, un dolce pendio nella selva di mezzanotte con un casolare attrezzato per il ricovero dei viandanti diretti verso le montagne della costa d'oriente. Il buon Fenice Gran Maestro dell'ordine aveva disposto che la selva fosse battuta in
ogni suo anfratto sicché niuno della spregevole stirpe di Gustav signore di Teutonia potesse interferire con la rinnovata festività.
Così al mezzodì i giochi furono aperti e il vivace vociare di donne, mercanti e cortigiani empì l'aere montano di
gioioso clamore: declamare audace e irriverente di venditori forestieri, musici erranti e improvvisati stornellatori. Ma ecco l'impetuoso rullare di tamburi annunziare i cavalieri dell'Ordine del Sole, gagliardi nei principi e nei propositi di Luce,
Onore e Cuore. Iniziata fu la giostra d'arme, chiaro il proposito: fomentare l'esercizio, a lungo osteggiato dal nero oppressore, della nobile arte della spada, affinché cresca il numero di coloro che rispondano col ferro e il sangue alle infami ingiurie
dello straniero.
Ma nonostante lo zelo nella sorveglianza l'esiguo numero di fratelli impegnato nella guardia si dimostrò insufficente a scongiurare la minaccia di un assalto. Così per l'infamia di un traditore o per il Fato beffardo, una squadraccia
di orchi guidata da un nero stregone venne e sparse il germe della paura nell'animo dei prodi e aimé ebbe ragione financo dei più forti e valorosi tra i nostri fratelli e tra i guerrieri presenti. Col petto attanagliato nella stretta del cieco terrore
fuggii, coniglio tra i conigli. Ah che infamia, che incanto infingardo, possa colui che l'ha pronunziato ardere nel sacro fuoco solare tra i dolori più atroci!
Cessato il sortilegio, incredulo e in preda alla vergogna, cercai il conforto nel Gran
Maestro e nuovamente il Fulgido Principio s'impadronì del mio animo, sicché ebbi l'ardire di urlare ancora una volta il nostro motto: per la Luce, l'Onore e il Cuore, Sol! Ma del vile stregone e dei suoi servi non v'era traccia alcuna, quale dunque il
proposito, il disegno di quell'azione sconsiderata? Ben presto a tutti il fine fu noto, due tra noi non risposero all'adunata: sorella Margherita e la piccola Luna frutto della consacrata unione tra la stessa Margherita e fratello Fenice il nostro Gran
Maestro. Quale ignobile piano profittare di un infante! Ma rammentare occorre qual razza di fiere regna aimè sulla nostra amata terra. Presto demmo inizio alla cerca: le due colonne dell'ordine mossero a nord, la compagnia degli uomini liberi di Treon
mosse a sud, mentre i cavalieri dell' ùArmata Legionari d'Assalto di Drepania, importante città d'occidente, si diressero verso ponente. Imbracciato lo scudo con la sinistra e con la spada nella destra mi unii alla colonna guidata dal valoroso fratello
Leone. Procedemmo affiancati due a due, colonna di sud e colonna di nord, secondo le prescrizioni della regola quando si marcia lungo un sentiero, con gli scudi rivolti verso il pendio più ripido alternando fanti pesanti a fanti leggeri o incantatori. Mi
addentrai nella selva, l'animo gravoso per rabbia e cordoglio: che ne sarebbe stato della piccola Luna e di Margherita? Vittime sacrificali di un blasfemo rito?
Salvacondotti di carne e sangue per un manipolo di codardi? Merce da vendere al mercato
degli schiavi?
Istanti eterni trascorsero nell'attesa di un guizzo, un movimento delle fronde che potesse tradire la posizione di quei bastardi, o di un corriere degli altri gruppi la cui cerca avesse condotto a buon esito. Presto incrociammo i
guerrieri di Drepania il cui sentiero piegava verso nord costeggiando superiormente il nostro. Non saprei dire quanto tempo trascorse prima che il grido d'allarme squarciasse l'aria, e lo sparuto gruppo di pelleverde si palesasse alla nostra vista.
Arroccati su una cresta ingiuriavano spavaldi, certi della superiorità conferita loro dagli ostaggi, vilmente catturati. Così mentre gli animi dei guerrieri infuriati bramavano battaglia, il nostro maestro invocava la ragione in favore degli ostaggi, a
noi tutti così cari, ma i propositi degli orchi andavano oltre le farneticazioni d'intelletto fatte in precedenza: la testa del Gran Maestro in cambio della vita dei prigionieri. Ah Viltà fatta carne! Mentre tra le fila dei fratelli in molti si offrirono
di andare in vece del maestro, l'orco fu risoluto: Fenice solo e disarmato altrimenti…
Fratello Pegaso fu scelto per verificare che gli ostaggi fossero ancora in vita, mentre increduli attendavamo il sacrificio della nostra guida spirituale,
interminabili momenti trascorsero nello sconforto… Gli ostaggi erano in vita, almeno non avevano mentito, pensai. Dopo un breve e straziante commiato Fenice s'incamminò verso il suo destino, tutti noi lo seguivamo con lo sguardo, il cuore palpitava
d'ansia e sconcerto. Un acuto e improvviso strillo di dolore interruppe le nere elucubrazioni della mia mente, qualcosa nel mio cuore mi assicurò che non avevo da temere. Il nero e il rosso della fiorente Ala si mescolarono ai cenci dei vili di Teutonia
e il motto dell'ordine si levò impetuoso dall'alto della cresta: alcuni dei nostri insieme ai guerrieri dell'Armata Legionari d'Assalto e ad alcuni uomini liberi di Treon avevano aggirato lo schieramento degli orchi, erano forse in salvo gli ostaggi?
Quando ricevemmo l'ordine di attaccare ogni dubbio si sciolse lasciando spazio ad una sola certezza: morte per i predoni di Gustav.
Quanto seguì fu un affrettarsi confuso di immagini e suoni: la salita scoscesa, l'infuriare della mischia, il primo
colpo vibrato, lo stridere dell'acciaio sull'usbergo, il suono innaturale delle ossa in frantumi, l'odore del sangue, le urla angosciose di feriti e mutilati, il vessillo glorioso ondeggiare al vento, il grottesco e valoroso, spirare del capitano orco
soverchiato nel numero, il pianto inconsapevole della piccola Luna, il vociare vittorioso dei guerrieri, l'ingiuriare lamentoso dei prigionieri…
Ciò che in seguito accadde fu il giusto epilogo per un giorno di gioioso convivio. Il rituale di pace
officiato all'alba dalli magi dell'Ordo, secondo i dettami dell'Adunanza in terra d'Albione, assicurò una pronta guarigione a coloro che fossero caduti o feriti in battaglia, compresi gli orchi che fatti prigionieri furono portati via per essere
interrogati e scambiati nei mercati d'oriente in favore di più importanti ostaggi. Canti, danze e libagioni si alternarono a giostre e tornei e il dolce aroma del vino rinsavì anche coloro che delusi da una sconfitta o respinti da una dama stentavano a
rallegrarsi. La battaglia cortese tra il sacro mio ordine e le libere genti dimostrò che proficuo fu codesto giorno: tutti, uomini e donne di Treon si batterono valorosamente, e con gagliardo ardimento, si che le schiere dei nostri, meglio serrate e
addestrate ebbero difficoltà a vincere e solamente cinque dei nostri fratelli superarono lo scontro. Quando infine il prode Shara Khan il Solitario, potente incantatore e acuto condottiero fu incoronato Re di Primavera, avendo battuto il nostro valoroso
fratello Pegaso nella prova di saggezza, un fremito attraversò la mia schiena, una certezza: le genti d'occidente e quelle d'oriente divise per tradizione si sarebbero nuovamente unite, in un vincolo di fratellanza, che nessun oppressore avrebbe più
spezzato. Mi sentii parte di questo grandioso disegno, e felice di aver seguito il mio cuore, sicché inginocchiato innanzi al novello Sovrano, piansi…
Di tutto questo fui testimone, mi battei e fui battuto, ferii e fui ferito, uccisi e forse fui
ucciso, così che dalla lacerata mia crisalide potessi rinascere rinnovato nello animo… Perdonate se di altro non rammento ma sì grande fu l'esultanza del mio spirto che poco m'importava d'altro. E' così che bagnato nella luce della luna, intonando con lo
zufolo una nenia cara ai bardi d'Eire, mi incammino verso il Tempio nella fredda terra di Norsca, certo un giorno di tornare libero nella mia amata Treon.
Fratello Farfalla, menestrello dell'Ordo Solis
Custode del "Corno
d'Aurora"
Equites Ignis