Introduzione al "gioco narrato"

Chi non ha mai provato il desiderio di scrivere una storia? Una storia, dico, non un'avventura per un gioco di ruolo con montagne di statistiche, fiumi di numeri e desolate valli di particolari destinati a rimanere inesplorati. Una storia vera, con una trama, un capo ed una coda, e tante belle vicissitudini in mezzo.

Beh, qualcuno ci sarà, che non ha mai avuto questo desiderio. Ma trovo veramente difficile che i suoi piedi, così ben attaccati per terra, lo porteranno mai a leggere queste righe. E tra quelli che, vincendo le proprie resistenze (è una cosa futile, non sarò mai capace, non sono portato, da dove comincio, ecc...) sono riusciti a scrivere una storia, esiste una persona che non ha mai provato lo struggente desiderio di raccontarla a qualcuno?

Ecco il problema: la mancanza di uditorio.

Scrivere una storia; creare luoghi, fatti, peripezie, intrighi; dare vita a personaggi che inevitabilmente portano con s‚ una parte della personalità dello scrittore. Tutto questo è bello, anzi stupendo, ma a molti può apparire un pò triste, se nessuno leggerà mai quella storia.

Vi ricordate "L'attimo fuggente", quel film con Robin Williams? vi ricordate La setta dei Poeti Estinti? Gli alunni del professore, ispirati dalle parole del proprio insegnante, avevano creato un gruppo di persone che, la sera, in una grotta, alla luce di un piccolo fuoco, raccontavano poesie, racconti, brani di libri, insomma: STORIE. L'uno all'altro.

Ecco, loro avevano trovato La Soluzione: il gruppo. Perché la storia ha bisogno di un uditorio. Ma ascoltare una bella storia è un'esperienza forte, e mette voglia di scriverne altre, inevitabilmente. Ma questo impulso, questa tensione molte volte, senza uno stimolo, per timidezza, si assopisce e scompare. E allora? Allora rompiamo la rigida struttura ascoltatore inetto e passivo-scrittore unico ed intelligente! Chi oggi ha scritto, domani ascolterà, ed anche dopodomani, finché non avrà qualcosa di nuovo da proporre. La propria storia (non c'è bisogno che sia un capolavoro!!) avrà messo le ali alla fantasia di qualcun'altro che, rotti gli indugi, scriverà un'altra storia, e così via. La Storia (quella vera) è piena zeppa di gruppi di questo genere, (dagli antichi Greci ai "poeti maledetti" francesi), ma la nostra società produttivo-tecnologica ne sbiadisce ad ogni momento il ricordo.

Rimane il problema di creare il pretesto per formare un gruppo del genere. Nel caso dei giocatori di ruolo, quelle strane bestie con un lobo del cervello nel chip d'un computer e con l'altro costantemente indaffarato tra draghi, magie e cyberpunks, è quasi un gioco da ragazzi.

"Ehi Luigi, ti va di fare un gruppo?"

"Ma và, non so suonare niente e canto da schifo"

"Ma nooo! Un gruppo che si racconta storie!"

"Sei pazzo." "Uno s'inventa una storia, o racconta un sogno, oppure un libro, o quello che ti pare, e poi si gioca"

"Si gioca?!"

...E la preda è catturata.

Una volta pronunciata la parolina magica "si gioca", si è ormai padroni della sua attenzione. Il fattore "gioco", però ha anche un'altra funzione, un pò più seria che non quella di fungere da "acchiappamatti" (in senso affettuoso, ovviamente, visto che anche noi facciamo senza dubbio parte della categoria). La storia è una cosa bella, sia da scrivere che da ascoltare, ma viene generalmente concepita come qualcosa di chiuso, inaccessibile, immobile, nella quale solo l'autore può accedere, e quando ha messo il punto finale diviene inaccessibile anche per l'autore stesso, si cristallizza. Lo scopo del gioco è proprio quello di aprire la storia, renderla qualcosa di mutevole, di fluido, vivo anche nella sua struttura, di permettere agli altri di entrare nelle proprie storie, nei propri sogni, di farne parte, persino di modificarli con il loro immaginario e con la loro fantasia, creando un coacervo fantastico.


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