Leaf by Niggle

Foglia di Niggle, pubblicata per la prima volta nella "Dublin Review" nel 1945, fu scritta nell'Inverno 1938-39, quando il Signore degli Anelli era fermo al primo libro, e quando la guerra incombeva sull'Europa. Tolkien trasse ispirazione da un vecchio pioppo appartenente alla sua vicina di casa, che era stato "potato e mutilato dalla sua proprietaria" senza un'apparente motivo.
Niggle è un pittore di scarso successo, "in parte perchè aveva altre cose da fare", cioè curare il suo giardino, aiutare i vicini, vivere e rispettare le leggi non scritte che regolano una piccola comunità: seppur a malincuore finiva sempre per ubbidire alle richieste degli altri. Soprattutto era suo dovere prestare aiuto al vicino Parish, zoppo ed estremamente esigente, che continuamente interrompeva il suo lavoro.
Niggle era alle prese con un dipinto, che non riusciva a terminare: incapace di concludere la tela, continuava ad ammucchiare splendidi particolari, figli di un'intuizione primaria, che ormai non riusciva più a dominare

Era incominciato con una foglia colta nel vento ed era poi diventato un albero e l'albero era cresciuto protendendo innumerevoli rami e allungando le più incredibili radici

Poi era cresciuto un bosco, e l'intero paesaggio era diventato di dimensioni tali che una tela non era più sufficiente, come non lo era più il suo piccolo studio. Assorbito interamente da quest'impresa, non aveva altri interessi, e inoltre era turbato da un viaggio che prima o poi avrebbe dovuto fare.
Parish, ogni qualvolta osservava il quadro, ci vedeva solo "macchie grigie e verdi e linee nere, che gli sembravano prive di senso", e non si faceva scrupolo, d interromperlo, quando volesse ottenere l'aiuto che gli spettava di diritto.
Per un servizio inutile reso al vicino, Niggle si ammala gravemente; una volta ristabilitosi decide finalmente di portare a compimento l'opera, ma giunge il "Cocchiere Nero" che gli ricorda il tanto temuto viaggio.
Abbandonato il paesaggio familiare, il nuovo panorama è dominato dall'astrattezza e dall'essenzialità: Niggle impara a lavorare con sistematicità ed intensità, affinando le sue capacità attraverso i lavori più banali: fra questi ci sono, anche, meditazioni su suoi peccati, in un'opera di rigenerazione, che lo conduce, dopo un breve processo sostenuto da due misteriose Voci, al secondo stadio della cura.
Dopo un breve viaggio, Niggle ritorna a contatto con la sua verde campagna e i suoi meravigliosi boschi: un mondo che sente intimamente suo e che non è nient'altro che il suo quadro, ma vivo, vero, e realizzato come egli l'aveva sognato; finalmente è giunto a godere di quella totalità tanto sospirata sulla terra, di cui aveva avuto solo brevi e parziali visioni. Ma se il Grande Albero del suo ritratto è completo davanti ai suoi occhi, vi sono altre zone del quadro che hanno bisogno d'essere segnate. Il pittore cerca di mettersi al lavoro, ma si accorge di non riuscire a far niente senza collaborazione e consiglio: "Certo!", disse, "Ciò che mi manca è Parish!". Prontamente questi gli viene inviato in aiuto. La fantasia e l'intuizione, dell'uno, unite al senso pratico e alle conoscenze tecniche dell'altro, producono infine i migliori risultati: la campagna cresce intorno con lo splendore e la magia che hanno solo le cose sognate. Parish guarisce dalla sua inferimità, fisica e spirituale: arriva a comprendere il significato di quella nuova e più vasta realtà che aveva sempre rifiutato.
Terminato il lavoro, l'artista inizia a sognare più alte vette: aspirare a creare le "Dilettevoli Montagne" che si intravedono dietro i lontani confini del bosco, simbolo di quel luogo ideale di "Ristoro, Evasione e Gioia" che il mondo Secondario deve conferire alle persone stanche e affaticate del viaggio terreno.
Sulla terra, spenti gli ironici commenti dei pochi che si erano accorti della sua assenza, Niggle è dimenticato: la sua pittura era stata definita "robaccia", e anche l'unica cosa che è sopravvissuta al suo decesso, la "foglia" del titolo, angolo strappato del suo quadro, è andata perduta nell'incendio del museo che la ospitava. Il senso del finale sta in quel "raggio di realtà ultima", che come tutte le opere umane è destinato a perire, ma trova la propria giustificazione e il proprio significato, almeno, nell'al di là.